Un problema
di cui prendere coscienza

 

A. Comportamenti vessatori

Egregi colleghi, chissà quanti di noi giorno dopo giorno, semmai da anni, subiscono o hanno subito “comportamenti vessatori” da parte di colleghi o superiori; i quali, mal sopportando la presenza di collaboratori “competenti, scrupolosi, onesti” che non si allineano alla mediocrità scientifica e umana dell’ambiente medico in cui lavorano, sono considerati con invidia per le loro caratteristiche e sono ritenuti dei “rivali” sia nell’attività privata che nella carriera.
Costoro invece di valorizzare tali collaboratori e accettare la loro presenza in quanto preziosa per l’apporto scientifico e umano, si pongono un unico obiettivo: “neutralizzare” colui che viene considerato un concorrente scomodo, con l’unico mezzo che un “vile” può adoperare e cioè esercitando una pressione psicologica tale da rendere la vittima insicura, incapace di agire autonomamente, fino a perdere l’autostima.
Il mezzo per raggiungere tale obiettivo è l’attuazione di “comportamenti vessatori” verso la vittima, attraverso continue critiche indirette e richiami verbali o scritti (unicamente provocatori, privi di fondati motivi scientifici o disciplinari), con il preciso intento di screditarne “professionalità e personalità” sia nei confronti dei colleghi e superiori, che degli amministratori, in modo da isolarlo dal contesto lavorativo, e demotivarlo psicologicamente.
Ad esercitare tali comportamenti non è mai una sola persona, in quanto il comportamento attuato è di per sé “vile”, e pertanto viene più frequentemente attuato da più persone che trovano forza se in gruppo.

In seguito a questi attacchi, la vittima progressivamente precipita verso una condizione di estremo disagio che cronicizzandosi si ripercuote negativamente sul suo equilibrio psico-fisico; inizia a manifestare depressione del tono dell’umore, ansia, attacchi di panico e somatizzazione dell’alterazione dell’equilibrio psico-fisico, in quanto svolge ogni sua attività con una spada di Damocle pendente sul suo capo.

 

B. Il percorso della Vittima

Tuttavia prima di giungere a tale alterazione dell’equilibrio psico-fisico egli percorre una via irta di ostacoli che vorrei ricordare:
1. Cerca la solidarietà da parte dei colleghi ma… non la trova; essi si guardano bene dal manifestargli sostegno per paura di subire le stesse pressioni a danno del proprio orticello al quale non sanno rinunciare in nome della solidarietà.
2. Si rivolge agli Amministratori della Struttura denunciando l’azione vessatoria nei suoi confronti e il disagio in cui si trova a espletare il proprio lavoro, ma non viene preso in considerazione più di tanto; in quanto già da tempo, nei suoi confronti, è stata condotta un’azione tesa a dequalificarlo professionalmente e caratterialmente, pertanto si ritiene che il problema sia Lui, paradossalmente la vittima, (si dice: “per il suo carattere…”) e non gli altri (il clan) i veri persecutori.
3. Si rivolge all’amico avvocato, il quale, non avendo esperienza in materia, “allarga le braccia” dicendosi consapevole del danno professionale e personale che sta subendo, tuttavia lo sconsiglia di intraprendere una qualsiasi azione legale nei confronti della Struttura (in quanto sarebbe ulteriormente mal visto… e solo dopo anni potrebbe avere un misero riconoscimento del danno subito…), pertanto gli consiglia di essere più… arrendevole.
4. Ciò nonostante il collega non cede, continua per la sua strada difendendo la sua dignità e professionalità, costruita studiando e aggiornandosi in Italia e all’estero, con grandi sacrifici. Egli ne và fiero ed è cosciente di essere nel giusto; risponde lettera su lettera alla diffamazione perpetrata giorno dopo giorno nei suoi confronti, da personaggi “ vili, avidi, opportunisti ” che agiscono nascostamente. Tuttavia, egli non si accorge che, nel frattempo, le sue difese psico-fisiche stanno cedendo. Egli, infatti, non sa che in Lui è in atto una conflittualità interiore, tra “l’inconscio e il conscio”, che dura da mesi forse da anni; e non può sapere quando questo equilibrio, al momento a favore del “conscio”, gli permetterà ancora di resistere e difendersi. Purtroppo, però, può accadere che un motivo qualsiasi, anche banale, possa ad un certo punto far pendere l’ago della bilancia a favore dell’ “inconscio”, che preso il sopravvento, gli impedirà ogni difesa. L’ “inconscio” farà in modo che la vittima abbia una netta repulsione verso il “proprio lavoro” in modo da impedirgli di venire a contatto con l’ambiente di lavoro causa del suo disagio. Tale repulsione si manifesterà con una delle seguenti sintomatologie:
o alterazioni dell’equilibrio socio-emotivo

(ansia, depressione, ossessioni, attacchi di panico, isolamento, anestesia reattiva, depersonalizzazione)
o alterazioni dell’equilibrio psico-fisico

(cefalea, vertigini, tachicardia, ipertensione, disturbi gastrointestinali, senso di oppressione toracica, manifestazioni dermatologiche, disturbi del sonno e della sessualità)
o disturbi del comportamento

(disturbi alimentari, abuso di alcool, fumo, farmaci etc.).
5. Il collega quindi stremato, non riuscendo a trovare una soluzione al problema, con evidenti disturbi psico-fisici, ormai isolato, demotivato, sceglie la strada delle dimissioni volontarie pensando così di per poter salvare se stesso e i suoi rapporti familiari.

 

C. Azione vessatoria, in una parola: Mobbing

Bene, questa azione “vessatoria”, attuata per avidità di potere e/o di denaro, da colleghi “pavidi, vili, plagiati”, di solito nei confronti di colleghi “competenti, scrupolosi, onesti”, nelle corsie di cliniche private, ospedaliere, universitarie, negli ambulatori del territorio ha un nome, si chiama “MOBBING”.

Mobbing significa: assalire in massa. Termine coniato nel ‘900 dall’etologo Konrad Lorenz per descrivere un particolare tipo di comportamento di alcune specie animali che circondano un proprio simile e lo assalgono rumorosamente in gruppo al fine di allontanarlo dal branco.
Il primo a parlare di mobbing quale condizione di persecuzione psicologica nell’ambiente di lavoro è stato alla fine degli anni ’80 lo psicologo svedese Heinz Leymann, uno dei maggiori esperti mondiali dell’ambiente lavorativo. In Italia si inizia a parlare di mobbing solo negli anni ’90 grazie allo psicologo del lavoro Harald Ege che definisce il fenomeno come una forma di accanimento psicologico esercitato, attraverso comportamenti aggressivi e vessatori ripetuti, da parte di colleghi o superiori.

 

Tale scritto è frutto sia di una esperienza personale di mobbing, che data dal 1987 a tutt’oggi, sia di un approfondimento del testo filosofico di Erich Fromm “avere o essere?” Ed. Mondolibri, che del testo elettronico reperibile sul sito www.mobbingonline.it a cui si rimanda.