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La sua origine
A. Dal dialogo al conflitto Comunicare mediante il linguaggio ha permesso all’uomo
di trasmettere ad altri simili messaggi più complessi della semplice
comunicazione per gesti o per simboli. Con il dialogo, egli ha raggiunto una
forma di comunicazione avanzata che gli ha permesso lo scambio, con i suoi
pari, di un maggior numero di “informazioni”, e la trasmissione
del suo “stato d’animo”. Dal dialogo tra persone che
comunicano tra loro idee e/o stati d’animo “differenti”,
nasce un conflitto. Da questo conflitto può derivare
una interazione
“Positiva o Negativa”. Sarà Positiva se le due persone hanno
“rispetto reciproco” e se “l’uno non opprime
l’altro”; viceversa sarà Negativa. Nel secondo caso, avremo “Effetti Negativi”. Ognuno, infatti, rimarrà sulle sue posizioni anzi tenderà ad imporre se stesso all’altro e non vi sarà quel contributo alla maturazione dell’individuo. Il “conflitto” verrà considerato da uno o da entrambi gli interlocutori come un attacco alla persona e l’interlocutore come un avversario. In tali casi le “differenze ed i contrasti” diventano causa di un grave disagio, con alterazione del benessere psicofisico, perdita della sicurezza ed autostima che porteranno l’individuo ad un “grave stato di infelicità”.
B. Il conflitto: effetti “positivi o negativi” Ogni luogo di lavoro è
costituito da una comunità, più o meno grande, dove “comunicare”
è fondamentale; e la comunicazione di idee e/o stati d’animo
“differenti”, è resa ancor più stressante da una serie di fattori
quali: • il ruolo all'interno
dell'organizzazione (per es. il livello di responsabilità) • la carriera (es. la frustrazione
delle proprie ambizioni o l'arrivismo) Pertanto la comunicazione sul posto di lavoro porterà inevitabilmente a delle interazioni interpersonali “Positive o Negative”, e di conseguenza a degli effetti “Positivi o Negativi”. Effetti positivi: • si rafforza il rapporto Due persone che partono da punti
di vista differenti, trovando un punto in comune, aumentano la propria
capacità di mediare e ciò rafforza il loro rapporto non solo in quel preciso
momento e per quel singolo episodio ma anche nella fiducia di potersi
accordare, anche in futuro, su altre questioni. • aumenta l'autostima Risolvere un conflitto vuol dire
sentirsi capace di superare un ostacolo e sentire di aver affinato
maggiormente la difficile abilità dello stare insieme. • stimolo alla creatività Nel momento in cui si risolve un
conflitto si crea, si produce qualche cosa di nuovo, si scopre una nostra
nuova risorsa. alcuni ricercatori sostengono che l'uomo abbia sempre bisogno di stimoli capaci di far accumulare e di liberare la tensione. Il conflitto, quindi, stimola interesse e curiosità poiché permette all'individuo di utilizzare appieno le proprie capacità individuali. Effetti negativi: • a livello individuale tali effetti
si esprimono in sintomi psichici
(incapacità di concentrazione, aumento dell'irritabilità, difficoltà di
rilassamento, incapacità di utilizzare ragionamenti lucidi e razionali); fisici (emicrania, insonnia,
difficoltà digestive, ulcera, ipertensione); comportamentali ( l’evitare rapporti
interpersonali, abuso di alcol, sigarette e tranquillanti). • a livello dell’azienda tali
effetti generano “tensione” all'interno di tutta l'organizzazione
e, per un gioco di schieramento delle parti, possono dare avvio ad una vera e
propria guerra allargata. Inoltre ne risente la “produttività” in
generale, oltre che un aumento dei “rischi” per la sicurezza sul
posto di lavoro. Come si deduce, se il conflitto è positivo può rappresentare una risorsa notevole quando è sotto controllo e ben gestito, se il conflitto è negativo diventa invece portatore di grosse difficoltà.
C. Conflitto negativo: il motivo è sociale Ritengo che il motivo del
“conflitto negativo“,
tra due o più persone, risalga a motivazioni
sociali ben più “complesse” di quanto,
superficialmente, si possa credere ed è ben più “difficile da
risolvere” di quanto, invece, si ritenga. Ne spiego i motivi di seguito. Dobbiamo risalire al
“modo” in cui è impostata
la nostra esistenza. Esso dipende dallo scopo della nostra vita che
raggiungiamo e attestiamo in base ai nostri principi ed aspettative; questo è
l’elemento cruciale per capire le radici profonde del “conflitto
con effetti negativi“ e poterle recidere. Francamente ritengo realistica e
condivido la suddivisione che E. Fromm ha fatto dei due modi essenziali del
vivere. Egli ha sostenuto che si vive per “avere” o per “essere”; così
nell’avere convivono il possesso, l’egoismo, l’edonismo, la
violenza; mentre nell’essere convivono l’amore, l’attività
creativa, la libertà, l’indipendenza, la presenza della ragione
critica; “essere” significa rinunciare al proprio egocentrismo ed
egoismo. A seconda del modo prescelto si hanno una serie di conseguenze che
toccano tutte le sfere del carattere, dei
rapporti con gli altri, dell’atteggiamento politico e
religioso. E’ evidente a tutti,
sostiene E. Fromm, che la società occidentale, qual’è quella attuale,
avendo come principi dominanti “l’acquisizione”, il
“profitto”, la “proprietà”, il “consumo dei
beni prodotti”, ha determinato l’insorgere di un carattere sociale imperniato
sull’avere, e
nessuno desidera esserne escluso o emarginato e per non esserlo ciascuno si
adatta alla maggioranza. Ne consegue che il sentimento di identità per colui
che vive nel modo esistenziale dell’avere è “ io sono per quanto
possiedo “, per cui il desiderio
di avere, non può che condurre al desiderio di avere di più;
pertanto “l’avidità” sarà la naturale conseguenza di tale
modalità esistenziale. Ma gli avidi non hanno mai abbastanza in quanto
l’avidità deve soddisfare un “desiderio mentale” e non
fisico, pertanto, non c’è limite alla sazietà. Non solo ma chi vive in
quest’ottica da per scontato che anche gli altri la condividono,
pertanto, se ognuno aspira ad avere di più ne consegue che ognuno non può che
temere che l’interlocutore gli porti via ciò che ha acquisito e per
prevenire tale possibilità cerca di acquisire sempre maggior potere. Di
conseguenza predominerà
l’atteggiamento sociale di antagonismo e di conflittualità in quanto i
singoli sono impegnati in una lotta per chi ha “di più”; e non vi
potrà essere né “concordia” tra gli individui né
“pace” tra le nazioni se la struttura in cui lavoriamo e la
società in cui viviamo, incoraggiano
ad aspirare al “possesso” e al “profitto”.
2. il divario tra nazioni ricche
e povere è rimasto, anzi tale civiltà industriale invece di colmarlo lo ha
maggiormente acuito, favorendo lotte di classe e tra nazioni. 3. la natura è stata minata alle sue radici e catastrofi ecologiche sono all’ordine del giorno.
D. Mobbing: il motivo è sociale Personalmente ritengo che il
“mobbing” non sia altro che l’espressione del tipo di carattere
sociale finora descritto, e che questa società industriale del consumismo ha
creato; dove i protagonisti entrano in “conflitto” non per
dialogare e approdare alla soluzione
migliore per il sistema, ma entrano in
“conflitto” l’uno per neutralizzare l’altro e
approdare alla soluzione migliore
per se stesso e non per il sistema. Quando, poi, uno dei due
conquista la posizione di leader, questi per conservarla mette in atto una
serie di azioni contro i possibili antagonisti, tese a fortificare il proprio
“potere gerarchico” ed “economico”. Gli antagonisti, possono essere
individui che vivono nella modalità esistenziale dell’avere o
dell’essere. Con i primi lo scontro conflittuale si risolve
con un “servilismo” dello sconfitto al vincitore; lo sconfitto,
infatti, per non perdere del tutto il potere economico che gli permette di
vivere nella sua modalità esistenziale dell’avere, si sottomette al
vincitore. Con i secondi lo scontro conflittuale è “maggiore” in quanto colui
che vive nella “modalità esistenziale dell’essere” è sempre
una persona onesta,
brillante, scrupolosa, dedita allo studio, non è un’edonista, né tanto meno è avido di potere, non gli interessa apparire, gli basta poco per essere felice;
egli antepone il “valore etico” dell’esistenza al
“valore economico” della stessa e assoggetta quest’ultimo
alla prima. E’ con questo antagonista che lo scontro è duro, in quanto egli
anche se posto in difficoltà, o con la forza o con la violenza psichica,
anche se vinto non si assoggetta
e non si associa al
vincitore, ma “persevera” con tutte le forze a camminare sulla
sua strada avendo come obbiettivo una “società migliore e non fini
personali”. Ci troviamo di fronte a due
modalità esistenziali completamente diverse, quella dell’avere e quella
dell’essere, in cui l’esperienza della prima ha determinato attorno
a noi risultati catastrofici e deve pertanto essere considerata una
esperienza conclusa,
se come dicono molti filosofi e scienziati del nostro tempo vogliamo evitare
l’autodistruzione; essi sostengono, infatti, che è necessario concepire
una società il cui carattere sociale abbia come suo principio l’etica e
non l’economia, senza rinunciare alle conoscenze scientifiche e alla
tecnologia acquisite, che ricostruisca il rapporto umano che negli ultimi
sessanta e più anni abbiamo perduto con l’era del consumismo.
E. Mobbing: le personalità in campo Rifacendoci a quanto detto a
proposito delle modalità esistenziali dei caratteri dei contendenti in un
ambiente di lavoro possiamo dedurne che il conflitto può esplicarsi tra due o
più persone che perseguitano come scopo della loro vita: 2. Entrambe, la modalità
esistenziale dell’essere. 3. L’uno abbia la modalità
esistenziale dell’avere e l’altro quella dell’essere. Nel primo caso lo scontro conflittuale è intenso in
quanto entrambe le persone usano gli stessi mezzi scorretti l’uno per
neutralizzare l’altro ma alla fine il conflitto si risolve con un
“servilismo” dello sconfitto al vincitore; lo sconfitto, infatti,
per non perdere del tutto il potere economico che gli permette di vivere
nella sua modalità esistenziale dell’avere, si sottomette al vincitore.
Vi potranno essere “Effetti Negativi” sulla persona, ma limitati. Nel secondo caso lo scontro conflittuale è vivace,
corretto, e avrà “Effetti Positivi” su entrambi gli interlocutori
con una crescita “formativa” e una maturazione interpersonale e
personale; e sul “sistema” che beneficerà di soluzione
innovative. Il conflitto, quindi, può
e deve essere
l'ostacolo da superare, in grado di creare in ognuno nuove capacità personali e
professionali. Nel terzo caso lo scontro conflittuale è duro, in quanto il primo cerca di neutralizzare, con ogni mezzo, colui che giudica il suo maggiore ostacolo alla carriera, alla sua immagine, al suo potere economico; il secondo si difende, ma nulla può contro l’arroganza e la prevaricazione del primo, che usa mezzi subdoli e vili per sconfiggerlo, e infine cede, con Effetti Negativi sia sulla “persona” che sul “sistema lavorativo”, e tuttavia il conflitto non si risolve, in quanto, egli anche se posto in difficoltà, anche se vinto non si assoggetta e non si associa al vincitore, ma “persevera” con tutte le forze nel suo cammino avendo come obbiettivo una “società migliore e non fini personali”. Tale scritto è frutto sia di una esperienza personale di
mobbing, che data dal |
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