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Come affrontarlo
A.
Prendere coscienza del conflitto negativo in atto
• Approfondire
la personalità dei protagonisti
Dall'analisi tracciata sui motivi sociali per i quali si creano conflitti
negativi è necessario uno studio psicoanalitico dei membri di
una comunità lavorativa, per carpirne le modalità esistenziali
di vita, la sensibilità, i sentimenti, le prospettive.
• Storia del conflitto
In che modo si è sviluppato, "come si è manifestato",
se "esiste un fatto particolare che ne ha segnato l'inizio",
e "da quanto dura".
• Contesto del conflitto
Analizzando il contesto e l'ambiente in cui si sviluppa un conflitto
negativo è più facile capirne la gravità e la natura.
Chiediamoci: se la struttura in cui si sviluppa il conflitto negativo,
incoraggia ad aspirare al “possesso” e al “profitto”,
o se essa si è data delle regole per evitare il conflitto negativo
tra i suoi lavoratori.
• Altre parti coinvolte nel conflitto
E' importante inserire il conflitto in un contesto più ampio,
poiché raramente esso non ha effetti sugli altri. Chiediamoci:
se "c’è qualcuno che alimenta il conflitto e ci guadagna
se il conflitto va avanti o si aggrava."
• Motivi del conflitto
E' importante ricercare i motivi del disaccordo sulla base dello studio
delle personalità che si hanno di fronte.
• Dinamiche del conflitto
Capire come il conflitto si evolve e quale direzione prende può
esserci utile per risolverlo. Chiediamoci: se "la causa iniziale
del conflitto è ancora valida", in quanto le posizioni potrebbero
essersi radicalizzate, anche quando sono venuti meno i motivi del conflitto.
Una volta svolta questa analisi è possibile sapere dove agire
per cercare di ricomporre il conflitto. E’ bene ricordare che
il conflitto si ricompone solo se da ambo le parti, prima, ne viene
riconosciuta l'esistenza e, poi viene espresso il desiderio di risolverlo.
Se non c'è questa volontà si deve riconoscere l’impossibilità
di ricomporre il conflitto.
B.
Impossibilità a ricomporre il conflitto: Che fare ?
Nel caso ci si rende
conto dell’impossibilità di ricomporre il conflitto, che
fare?
La prima risposta
è concettuale
1. “
non bisogna cedere”.
Cedere significherebbe essere ulteriormente “ calpestati ”.
Chi vessa ha di solito una personalità “psicologicamente
disturbata” per cui prova un sadico piacere in tale azione che
continuerà anche di fronte ad evidenti difficoltà psico-fisiche
dell’interlocutore.
Cedere significherebbe non essere in grado di consegnare ai nostri figli
una “società migliore” ma al contrario peggiore di
quella costruita dai nostri padri.
Dobbiamo pensare che non possiamo farci condizionare da colleghi “
ignoranti, avidi, vili e pretestuosi ” che fanno del profitto
il loro unico scopo di vita.
Chi ha scelto lo studio della medicina, in quanto “arte nobile”,
lo deve aver fatto avendo come interesse prioritario non il profitto
bensì l’apprendimento di un’attività affascinante
che ci ha permesso di conoscere la magnificenza dei meccanismi di cui
l’essere umano è costituito e la grandiosità di
chi li ha creati. Pertanto la “capacità” e “la
scrupolosità” del collega soggetto al mobbing, non sono
doti innate, ma derivano da un studio faticoso e insaziabile del corpo
umano e dall’umiltà con la quale le sue mani e la sua mente
affrontano la macchina umana quando essa è malata.
2. “ è necessario combattere” per
noi stessi e per i nostri figli.
Non è sufficiente “sognare” una società medica
(e non solo) migliore, dobbiamo utilizzare le nostre forze e la nostra
esperienza per “realizzarLa” in modo che i giovani ( tra
cui anche i nostri figli ) non debbano “subire” l’avidità
di potere e di denaro di pochi, ma possano essere “valorizzati”
per poter dare alla società “una sanità efficiente”;
dove la medicina torni ad essere “un’arte nobile”
praticata non per profitto ma per la grandiosità della cultura
che infonde e la responsabilità che investe chi la pratica.
La seconda risposta
è pratica
non è vero quel
che vi dice l’avvocato amico ma incompetente:
1. “ è necessario affidarsi “ ad
un equipe di specialisti e salire un gradino dopo l’altro:
a. accertando e certificando l’azione del mobbing
b. accertando e curando le condizioni psico-fisiche.
c. accertando, quantificando e certificando il danno
biologico.
d. affidandosi ad un avvocato “giuslavorista”
che si occupi esclusivamente di questo settore
2. “è necessario condurre “ una battaglia comune.
Con questo scopo nasce questo sito, senza alcun fine né di lucro,
né politico, né sindacale, esso si propone:
A. di suggerirti: “cosa fare”, “quali
vie percorrere”, “con quale sequenza”;
attraverso una serie di esperti in mobbing (avvocato, psicologo,
neuropsichiatra, sociologo, commercialista) che vantano un’esperienza tale da darti quel supporto e quella
sicurezza che ti servono per condurre la Tua battaglia.
B. di condurre una battaglia comune, generando un numero
di accoliti tale da creare un movimento di opinione.
C. di organizzare un congresso e successivi in cui
si discuta del Mobbing nell’ambito medico, con specialisti competenti
che suggeriscano le azioni da attuarsi per ottenere dal Parlamento una
normativa, in tema di Mobbing, al più presto, che presti particolare
attenzione alla sanità e si adegui alla normativa già
vigente in numerosi Stati Europei.
D. coinvolgere gli Amministratori di Enti Pubblici
e Privati, invitandoli a valutare il “costo” che ha per
loro un medico che subisce il mobbing.
Tale scritto è frutto sia di una esperienza
personale di mobbing, che data dal 1987 a tutt’oggi, sia un approfondimento
del testo filosofico di Erich Fromm “ avere o essere?” Ed.
Mondolibri, che del testo elettronico reperibile sul sito www.mobbingonline.it
a cui si rimanda.
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